Probabil avrete sentito tutti che l’Ospedale Provinciale di Suceava è stato il più grande focolaio di Covid-19 in Romania. Centinaia di operatori sanitari e altre centinaia di pazienti si sono infettati in questo ospedale. È stata una sorta di Lombardia della Romania.
Carmen Lucia Jitaru, 28 anni, lavora 12 ore al giorno come assistente sanitaria volontaria all’Ospedale Provinciale di Suceava. Ha lasciato a casa a Rădăuți, il marito con i due figli, una nonna di 80 anni e un padre di oltre 60 anni. Ma è stata forte e ha voluto aiutare. È partita da casa, assicurandosi di avere un alloggio a Suceava, pensando che non sarebbe tornata a casa fino a quando non fosse passata la pandemia.
Ha fatto di tutto in ospedale, ha lavato i piatti, ha sistemato i documenti, ha dato acqua a tutti i pazienti, ha svuotato le sacche di urina, ha pianto, ha incoraggiato le persone e così via. Carmen non ha paura della malattia. Anzi, sospetta di averla già avuta, poiché nel mese di febbraio una strana influenza l’ha costretta a letto e le ha fatto sentire come se le ossa si disintegrassero a causa della tosse.
“Mi faceva male tutta la zona toracica, ma non sapevo allora quello che ho sentito ora dai nostri medici, che dovevo alleggerire la pressione sui polmoni, che dovevo alzarmi, mettermi di lato o addirittura a pancia in giù, mai stando sdraiata sulla schiena. E in tutto questo tempo sono stata accanto alla nonna, al padre, al marito e ai miei figli. Siamo tutti nella stessa casa. Solo mio padre e mio fratello hanno preso l’influenza da me. E ora stanno bene. I medici a cui racconto ora dei sintomi mi dicono che è molto probabile che io abbia avuto il coronavirus”, ha detto Carmen.
Ora, desidera solo che tutto il lavoro di coloro che sono negli ospedali non sia vano. Che quelli a casa rimangano isolati e si proteggano il più possibile. Non importa quale religione tu abbia, che tu nasca ateo, ebreo, induista, l’unica cosa che conta è l’amore per l’altro. In tutto questo tempo Carmen parla ogni giorno al telefono con la sua famiglia, e fino a quando non passerà la pandemia, non tornerà a casa.
“Sembra di sentire mia figlia: ‘mamma, non importa nulla, solo il cuore, l’anima, l’amore!’. Questa sera ho parlato con lei e mi ha detto che ha fatto 9 preghiere per me e per i miei pazienti, e mio figlio mi ha detto che è coraggioso, ma che piangerà un po’ dopo che chiudiamo il telefono.”



